referendum

L'esito del referendum dell'8 e 9 giugno ha scatenato reazioni le più disparate: "una sconfitta per la democrazia", "una non vittoria per i promotori", "una vittoria perché gli elettori al referendum sono stati più numerosi degli elettori del centrodestra alle politiche". 

Ci sono due profili che si sormontano. 

Il primo è quello istituzionale, e riguarda l'istituto del referendum. 

Il referendum è uno strumento di democrazia diretta previsto dalla Costituzione; può essere promosso attraverso la sottoscrizione da parte di 500 mila elettori e prevede un quorum del 50% + 1 dei voti. Questo significa che la scelta di non andare a votare è pienamente legittima e fa parte delle opzioni previste dal legislatore costituzionale per questo tipo di consultazione. Nelle elezioni "ordinarie", senza quorum, il voto è un dovere civico, e l'astensione può essere considerata una sconfitta della democrazia (o forse, più precisamente, di un sistema politico incapace di motivare al voto), mentre nel caso del referendum è una opzione legittima e non criticabile.

Ci si dovrebbe piuttosto interrogare su alcune modifiche di questo istituto. Cinquecentomila firme potevano essere un numero elevato un tempo, oggi non lo sono più, e la soglia andrebbe innalzata molto (2 milioni?), in modo che i referendum vengano proposti in futuro per tematiche realmente di fondo. Accanto a questo, si potrebbe abbassare il quorum, per evitare che la legittima scelta di non andare a votare si sommi alla quota di astensione "fisiologica" sempre più alta. A mio avviso la soglia migliore - lo proposi alcuni anni fa per i referendum provinciali - sarebbe quella del 50% + 1 della percentuale di elettori alle ultime elezioni politiche. 

Il secondo profilo è quello politico. Chi ha proposto e sostenuto il referendum dovrebbe avere la decenza di dire: "abbiamo sbagliato, abbiamo perso, ci scusiamo, in ogni caso riteniamo le tematiche proposte importanti e continueremo a lavorare per migliorare". Le considerazioni post voto lasciano invece allibiti. Mi permetto alcune considerazioni:

- sul lavoro, chi siede in parlamento dovrebbe avere la capacità di avanzare delle proposte organiche, perché si tratta di un sistema complesso, che non può essere affrontato per spot;

- sul lavoro, è stato sbagliato caricare le proposte, molto tecniche, di un significato simbolico, contro una stagione di riforme del centrosinistra. Se il tema che stava a cuore era il lavoro e non le rivendicazioni partitiche interne, non era questo il modo di affrontare il referendum;

- dire che sono stati di più gli elettori che hanno votato al referendum rispetto a chi ha votato il centrodestra alle elezioni politiche è scorretto metodologicamente - perché non si possono paragonare due votazioni così diverse - ed è sbagliato nel merito, perché semmai il valore di riferimento dovrebbe essere quello dei sì, e non del totale degli elettori. E se il riferimento fosse quello di chi ha votato sì al quesito sulla cittadinanza, mancherebbero milioni di voto al conteggio fatto. 

- l'autogol più clamoroso è stato il quesito sulla cittadinanza. Proporlo in quel modo significa o non avere la minima sensibilità rispetto alla realtà o che si sta recitando una parte e si era indifferenti rispetto all'esito, perché interessati soltanto a "coprire" un'area politica, pur minoritaria. Questo tema, così importante, andava affrontato in tutt'altro modo. Sono convinto che siano molte le persone di buon senso che, all'interno di un dialogo approfondito e ragionato, sarebbero portate a condividere che sarebbe "giusto" facilitare la cittadinanza per i tanti ragazzi che crescono e studiano nel nostro Paese, fianco a fianco di coetanei italiani con cui condividono passioni, sogni, fatiche. Proporre un referendum che si concentrava sul facilitare l'acquisto della cittadinanza per gli stranieri maggiorenni, peraltro in un sistema che impiega anni per stabilire se molti di questi stranieri sono entrati in maniera legittima in Italia, ha significato concentrarsi su una questione evidentemente e legittimamente di non immediata comprensione e condivisione per la stragrande maggioranza delle persone. Se mi dovessi trasferire all'estero, personalmente non riterrei un sopruso non ricevere la cittadinanza finlandese o tedesca dopo 5 anni di residenza, mentre dopo 10 anni sarebbe verosimile poter sostenere che abbia deciso di impostare un progetto di vita stabile in quel Paese; mi sembrerebbe invece giusto che la potessero ricevere più facilmente i miei figli minorenni, che avessero studiato e fossero cresciuti sentendosi, insieme agli altri ragazzi, anche loro finlandesi o tedeschi, oltre che italiani. Aver gestito così il referendum avrà purtroppo come conseguenza che questi temi, per molti anni, non saranno affrontati dentro il Parlamento, perché "la volontà dei cittadini" è stata chiara nel chiedere "più restrittività", come già proclama qualcuno, e questa è una responsabilità politica molto importante che promotori e sostenitori di quel quesito referendario dovrebbero assumersi. 



Studio legale associato Valentini ▪ Zeni

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